da una lettera a Pigi del 7 febbraio 2000:
Si dice, (da Barthes a Susan Sontag) che lo specifico della fotografia è proprio nel rendere il contesto, che anzi è il contesto. Questo è forse ancora più valido nella fotografia di architettura, che è principalmente contesto e non astrazione. E' forse questo quello che molti fotografi di architettura cercano di spiegare, affermando che con le loro immagini cercano di essere "obiettivi".
Obiettività ed oggettività, termini spesso confusi, così Paolo Monti fu contestato dai suoi studenti, nel corso di formazione professionale a palazzo Fortuny a Venezia nel 1982.
Erano anni in cui la giovane tendenza fotografica si avventurava sulle strade dell'elaborazione, del ritocco, del B/N colorato, delle bruciature del film, dei fotocollages, un'onda di riflusso dopo la stagione del fotoreportage degli anni settanta, dove la fotografia, serviva a far conoscere la Verità: la Verità del potere, la Verità dei movimenti rivoluzionari, fu ad un certo punto evidente che la fotografia poteva essere usata stravolgendone il significato originario, quello inteso dal fotografo, o che lo stesso fotografo con abili forme retoriche, poteva far vedere ciò che non c'era.
E tutto nel nome della "obiettività" dell'immagine fotografica.
Erano anni in cui la giovane tendenza fotografica si avventurava sulle strade dell'elaborazione, del ritocco, del B/N colorato, delle bruciature del film, dei fotocollages, un'onda di riflusso dopo la stagione del fotoreportage degli anni settanta, dove la fotografia, serviva a far conoscere la Verità: la Verità del potere, la Verità dei movimenti rivoluzionari, fu ad un certo punto evidente che la fotografia poteva essere usata stravolgendone il significato originario, quello inteso dal fotografo, o che lo stesso fotografo con abili forme retoriche, poteva far vedere ciò che non c'era.
E tutto nel nome della "obiettività" dell'immagine fotografica.
Ma proprio nei primi anni ottanta, certe avanguardie artistiche, detti "Tipologisti", formano una "Neue Objectivitäte" ma, pur usando la fotografia, non sono fotografi, ma artisti.
I coniugi Becker, documentano con immagini ad altissima definizione le torri dell'acqua e le fabbriche della Siegen Industrial Region, cercando per ogni scatto le stesse condizioni di illuminazione, generalmente senza ombre per la massima lettura dei dettagli, e di punto di vista, alzato dal livello del suolo. Il risultato, l'opera, non è il singolo scatto, ma la collezione delle immagini.
Artisti erano, e come tali sconosciuti ai fotografi, ed al sistema fotografico, soprattutto italiano, che non ha mai voluto (fino ad ora) confrontarsi con quello artistico, con evidenti complessi di inferiorità.
I coniugi Becker, documentano con immagini ad altissima definizione le torri dell'acqua e le fabbriche della Siegen Industrial Region, cercando per ogni scatto le stesse condizioni di illuminazione, generalmente senza ombre per la massima lettura dei dettagli, e di punto di vista, alzato dal livello del suolo. Il risultato, l'opera, non è il singolo scatto, ma la collezione delle immagini.
Artisti erano, e come tali sconosciuti ai fotografi, ed al sistema fotografico, soprattutto italiano, che non ha mai voluto (fino ad ora) confrontarsi con quello artistico, con evidenti complessi di inferiorità.
Dunque il soggetto, fotografo o artista, toglie l'attenzione da se stesso per porre l'accento sull'oggetto, che è il fine della rappresentazione, è insomma l'informazione che prevale sulla sensazione, al di fuori di ogni infantile considerazione sull'obbiettività, si punta all'oggettività.
Monti, con l'amplia documentazione sul centro storico di Bologna degli anni '70 a questo tendeva, facendo bloccare il traffico per evitare che le auto togliessero quelle informazioni sulle giunture fra i muri degli edifici ed il suolo, scattando in 35 mm per ottenere quante più possibili immagini, poiché la validità della documentazione era (e secondo me è ancora) nella collezione delle immagini e non nel singolo scatto.
... qualche giorno fa, Renzo Piano, intervistato da Enzo Biagi, sostiene che si, un'architettura deve essere funzionale, ma che deve anche essere "bella", stupire, colpire il nostro immaginario, per ridare quel senso di "Civitas" alle città, ormai smarrito. Ma questo concetto è valido per tante cose, anche per l'immagine fotografica dell'architettura, che deve in qualche modo assolvere alla funzione di informare e descrivere un'edificio, o un territorio, ma al tempo stesso deve essere bella, comunicare qualcosa oltre la mera rappresentazione, anche perché "..se non fosse così, non la guarderebbe nessuno, ed il messaggio andrebbe perso".
Quindi una foto astratta non è una foto di architettura? Non proprio, almeno secondo quello che come avrai capito intendo come definizione classica della foto di architettura, e che non si discosta poi tanto dall'idea Alinari (Hai in mente? Inquadratura che deve necessariamente comprendere tutto l'edificio, punto di ripresa un po' alzato per far vedere meglio il suolo ecc. ecc.).
Un'immagine "astratta" d'architettura di solito è un particolare, un dettaglio. Se ben scelto ed inquadrato, può comunicare "altro" che informazione. E' cioè capace di dare una sintesi dell'edificio, di rendere l'idea che anima il progetto, o, della sensazione che l'autore, il fotografo, prova dello spazio.
Ma io sono convinto che ciò non basti. Non credo che un'edificio possa essere rappresentato da una sola immagine, né descrittiva né sensazionale. Può essere resa l'idea del progetto, come dicevo, ma non la sua rappresentazione.
Ma io sono convinto che ciò non basti. Non credo che un'edificio possa essere rappresentato da una sola immagine, né descrittiva né sensazionale. Può essere resa l'idea del progetto, come dicevo, ma non la sua rappresentazione.
Come dicevo dei Becker, la loro opera ha un valore nella molteplicità più che nella singolarità delle immagini, così penso che una corretta (e diciamo oggettiva) rappresentazione dello spazio si debba affidare ad una collezione di immagini.
Se ci pensi, la rappresentazione dell'architettura e, più in generale dello spazio, avviene soprattutto su riviste. Ed è raro che un'architettura venga descritta con poche o addirittura una sola foto, se non per mancanza di spazio che equivale a dire che non si ritiene necessario darne una descrizione esaustiva.
Ed è quello che poi mi si richiede da uno studio d'architettura, cioè di produrre un servizio fotografico, non solo un'immagine significativa. E più l'architettura (o lo spazio) è complessa, strutturata, grande, più sono le immagini da consegnare.
L'accostamento di due immagini ad esempio, può dare informazioni ed una chiave di lettura impossibile in altro modo, con una sola foto.
Una "collezione di immagini", come gruppo di elementi, ha parametri e caratteristiche che le contraddistinguono e su cui si può lavorare, dando la possibilità al fotografo di rendersi merito di un'opera più simile alla prosa che non alla sinteticità poetica del singolo scatto.
Perché il fotografo raggiunge ad un certo punto, un livello di "saturazione" nelle riprese di un'edificio? ha finalmente imbroccato l'unica foto giusta? o ritiene che l'edificio, lo spazio, è stato ripreso da tutti gli angoli utili, che il lavoro è stato svolto in maniera completa?
.... continua...
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